Ecco perché il Jefta con il Giappone molto diverso dal Ceta

“Non solo politica commerciale ma soprattutto geopolitica quella che ha portato alla firma del più importante e completo accordo di libero scambio commerciale tra due blocchi così lontani geograficamente ma vicini per valori etico-economici e complementari come l’Europa ed il Giappone: il Jefta”. E’ l’analisi di Nunzio Bevilacqua, giurista d’impresa ed esperto economico internazionale.
“L’apertura del mercato creerà un’area con tutele elevate per i nostri prodotti e soprattutto una supercompetitività per le nostre aziende esportatrici sul mercato nipponico, già molto apprezzate e con concrete potenzialità di aumento di volume d’affari”, prosegue l’esperto. La protezione dell’interesse nazionale, prosegue Bevilacqua, “si attua, internamente, proteggendo i produttori nazionali da una concorrenza internazionale solo se arrivi ad essere sleale rispetto alle ‘regole del gioco’ ed , esternamente, dando un ‘supporto Paese’ a tutto il rilevante comparto che del made in Italy ha vocazione all’export e che genera occupazione, dai buoni risultati ottenuti all’estero, non meno di un’azienda esclusivamente territoriale”.

Alla domanda quale differenza ci sia tra Ceta con il Canada e il Jefta con il Giappone, Bevilacqua risponde con fermezza: “una differenza abissale, che non risiede tanto in punti giuridici quanto in quelli politico ed economici: è una questione geopolitica”. Il Giappone “non solo è un mercato molto importante in termini numerici ma anche di qualità, che apprezza ed è in grado di aumentare notevolmente la richiesta del bene italiano al contenimento dei costi per abbattimento delle barriere”.

Quindi, conclude l’esperto, “se è corretto aderire al Jefta non c’è nessuna incoerenza da parte del Governo nell’aspettare e vedere, al di fuori di qualsiasi preconcetto, gli aspetti concretamente positivi del Ceta alla cui base vi sono delle trattative differenti, benefici di ingresso minori e potenzialmente potrebbe rappresentare un ‘cavallo di troia’ per un’economia americana chiusa all’esterno ma potenzialmente ‘colonizzatrice’ attraverso la terra canadese”.

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