Tim, ecco la lista di Elliott

Elliott ha depositato entro la mezzanotte di ieri la sua lista di dieci nomi per il cda di Tim, in vista dell’assemblea del 4 maggio. Il fondo Usa, riferiscono ambienti finanziari, ha candidato il braccio destro di Sergio Marchionne in Fca, Alfredo Altavilla, l’ex direttore regionale di Facebook per Europa e Medio Oriente, Paola Bonomo, la manager Lucia Morselli, consigliere indipendente di Snam ed ex ad di molte società, da Telepiù ad Acciai Speciali Terni, e Maria Elena Cappello, consigliere indipendente di A2A, Saipem, Italiaonline e Mps. Gli altri sei candidati della lista sono gli stessi che Elliott ha proposto come sostituti dei consiglieri di Vivendi di cui ha chiesto la revoca nell’assemblea del 24 aprile: Fulvio Conti, Luigi Gubitosi, Rocco Sabelli, Massimo Ferrari, Paola Giannotti e Dante Roscini.

Il fondo americano Elliott ha quindi scoperto le carte posizionandosi con ancora maggiore forza nella battaglia finanziaria con Vivendi nell’azionariato di Tim. La quota nella compagnia telefonica è salita all’8,8% e sono state riviste le opzioni, arrivate a una quota potenziale del 4,93%. La partecipazione complessiva, stando alla documentazione depositata alla Sec, sale così al 13,73 per cento. Il fondo Usa incassa il sostegno di tutti i proxy advisor, da Glass Lewis a Iss fino Frontis, tutti concordi nel denunciare il conflitto di interessi del gruppo francese guidato da Vincent Bolloré, e svela i suoi piani. Elliott assicura un “pieno sostegno al piano industriale del management” e ribadisce di non volere “il controllo di Tim” ma di avere interessi “allineati a quelli degli altri azionisti di minoranza”.

Per migliorare la corporate governance, Elliott propone “un consiglio di amministrazione completamente indipendente e la conversione delle azioni di risparmio” mentre sul fronte della creazione del valore intende spingere per la creazione della società della rete “massimizzando il valore dell’asset e incoraggiando la creazione di un’unica rete nazionale”, oltre a reintrodurre il dividendo. La separazione della rete, secondo le stime del fondo Usa, potrebbe “liberare fino a 7 miliardi di euro di valore nascosto”, pari al “41% della capitalizzazione di mercato” permettendo un “re-rating delle azioni” da parte degli investitori. Nelle slide che illustrano il piano si fa anche notare che “non ha senso per Tim competere con un altro network”, quello di Open Fiber, che il governo sta sviluppando attraverso l’Enel e la Cdp allo scopo di raggiungere gli obiettivi fissati dalla Ue per la riduzione del ‘digital divide’. E’ su questo passaggio, in particolare, che si scrive nero su bianco la convergenza con la posizione assunta da Cdp (http://fortuneita.com/telecom-cdp-pronta-a-entrare-nel-capitale/). “Se Tim sarà proattivo nell’indirizzare questo obiettivo del governo, l’unificazione delle reti può portare grande creazione di valore per gli azionisti, ribaltando la minaccia competitiva” rappresentata da Open Fiber e frutto delle “precedente indisponibilità” di Tim “ad aiutare il Paese a raggiungere i suoi impegni con la Ue”.

Un chiaro attacco alla strategia fin qui perseguita da Vivendi, che approda a un’indicazione precisa, quantificando i possibili benefici di una drastica inversione di rotta. Secondo Elliott il titolo potrebbe salire in Borsa da 0,8 a 1,6 euro nel caso in cui un cda desse corso alle azioni proposte dal fondo americano. Elliott si attende un incremento di 0,1 euro dalla conversione delle azioni di risparmio, di 0,3 euro dalla separazione strutturale delle reti e di 0,4 euro dalla riduzione del debito e dal ritorno al dividendo.

 

 

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