Spending review, resta un’eterna incompiuta

Cinque commissari, alle dipendenze di quattro governi. E uno stesso obiettivo, diventato nel tempo sempre più inafferrabile. Quella della spending review è una partita che hanno giocato in tanti ma che, finora, nessuno è riuscito a vincere. È entrata puntualmente in tutti i programmi e ne è uscita sempre nello stesso modo, come una eterna incompiuta. Andando oltre le valutazioni di parte, fatalmente condizionate dall’essere maggioranza o opposizione, il taglio della spesa pubblica, almeno nelle proporzioni che servirebbero, resta una chimera. La sintesi, quasi una sentenza, l’ha fatta un economista che conosce il tema molto da vicino.

“La mia impressione è che non si è fatto granché su questo fronte, perché la spesa pubblica non è diminuita e credo che anche nel futuro non ci sia da attendersi niente, perché con i governi di coalizione che si prospettano con la nuova legge elettorale, la revisione della spesa è praticamente morta e sepolta”, ha scandito Roberto Perotti, PhD in Economics al MIT di Cambridge, professore alla Columbia University di New York, docente alla Bocconi e consulente per la revisione della spesa, insieme all’esponente del Partito Democratico Yoram Gutgeld, con Matteo Renzi a Palazzo Chigi. Del resto, Perotti ha lasciato il suo incarico, a novembre 2015, dopo aver constatato di non avere margini per incidere nelle decisioni del governo.

“Non mi sentivo molto utile in questo momento”, le parole che ha scelto per spiegare la sua delusione di fronte al testo della manovra che raccoglieva solo in minima parte le sue indicazioni. In particolare, lo scontro si è consumato sulla richiesta di tagliare la giungla di detrazioni, sconti e bonus fiscali. Misure efficaci ma altamente impopolari. E, anche per questo, rapidamente archiviate. “Le tax expenditures sono un tratto distintivo del sistema fiscale italiano che, da un lato, si caratterizza per l’elevato livello di tassazione, ma dall’altro prevede un numero altrettanto elevato di agevolazioni, detrazioni e deduzioni (in moltissimi casi frutto di micro concessioni) che causano un mancato gettito fra i 253 e i 152 miliardi”, ha spiegato Perotti, ipotizzando una rimodulazione di 52 delle 720 agevolazioni censite.

Troppo, evidentemente, per tenere il suo posto. Chi è rimasto, Gutgeld, è andato avanti per la sua strada fino ad annunciare che i capitoli di spesa eliminati e o ridotti nel periodo 2014-17 ammontano nel 2017 a 29,9 mld con un taglio della spesa corrente del 18% al netto del costo del personale. Risultati tangibili, secondo il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan che, con una punta polemica, ha osservato: “mi auguro si leggerà un po’ meno sulla stampa che la revisione della spesa non si è mai fatta o si è fatta male”. Ma se qualcosa è stato fatto, le stesse cifre rivendicate dall’ultimo Governo non possono che essere un punto di partenza. Tanto che lo stesso Gutgeld, evidenziando che “ci vuole tempo per cambiare i processi, le organizzazioni, i meccanismi operativi”, ha lanciato un appello alle forze politiche, ai partiti e al governo che verrà di “non mollare la presa”. Intanto, Gutgeld non ha trovato spazio tra i candidati del Pd e difficilmente si occuperà ancora di spending review.

La prima risposta concreta sarà data comunque dall’attenzione del prossimo premier e dalla scelta del nuovo, l’ennesimo, commissario alla spending review. Ruolo ingrato, come dimostrano le esperienze di chi ha ricoperto l’incarico. La stessa sorte di Perotti, più o meno, è toccata al predecessore Carlo Cottarelli. Uomo del Fondo Monetario Internazionale, chiamato a ottobre 2013 da Enrico Letta per affrontare di petto la questione, è stato poi rapidamente ridimensionato, dopo il passaggio di consegne a Palazzo Chigi con Renzi, fino al commiato, a ottobre 2014. Giusto un anno, per rendersi conto di quanto la politica possa avere esigenze diverse da quelle di un tecnico, seppure di alto profilo. Emblematiche restano le sue parole, al momento dell’addio: “Mentre ero lì che cercavo di tagliare la spesa, passavano provvedimenti che la aumentavano”.

Una distanza, quella fra un tecnico e un politico, che viene percepita altrettanto nettamente anche da chi ha responsabilità di governo. Renzi, per spiegare “la differenza tra chi ha fatto il sindaco e chi fa la spending review da tecnico”, ha usato la proposta di Cottarelli di ridurre i costi per l’illuminazione pubblica, dicendo che avrebbe creato “un allarme sociale pazzesco”. Lo stesso Cottarelli se ne è ricordato quando ha scritto il libro, ‘La lista della spesa – La verità sulla spesa pubblica italiana e su come si può tagliare’ (Feltrinelli), che racconta la sua esperienza di commissario. Nel capitolo sulle spese dei Comuni, è confezionata ad arte la replica a Renzi: si può “risparmiare sui costi dell’illuminazione pubblica senza spegnere le luci delle strade dove circolano i cittadini”. Scritto così, in stampatello, per non far passare il messaggio inosservato.

Una riflessione più sentita rispetto all’aplomb con cui Cottarelli aveva archiviato il benservito di Renzi: “Nessuno a Roma è indispensabile e il lavoro sulla spesa non è uno sprint ma una staffetta, qualcun altro andrà avanti”. Prima di Cottarelli, con il governo di Mario Monti, ha tentato di incidere nel tentativo di fare spending review il tagliatore per eccellenza, l’ex commissario Parmalat Enrico Bondi. Ma sforbiciare costi nel bilancio di una società privata è un impegno diverso rispetto a cancellare o ridimensionare voci di spesa pubblica. A fare la differenza è il costo politico di ogni operazione, strettamente legato alla reazione dell’opinione pubblica e a quella dei vari portatori di interessi, direttamente o indirettamente coinvolti dalle conseguenze delle decisioni assunte. Bondi ha prodotto una montagna di documenti, corredati da tabelle puntuali che individuavano gli sprechi ministero per ministero, Comune per Comune, Regione per Regione.

E ha fissato per settembre 2012 ‘il redde rationem’ per la realizzazione della spending review. La chiave per scardinare il sistema dovevano essere i costi standard per gli acquisti di beni e servizi da parte di Regioni e Enti locali. Ma, anche in questo caso, la macchina della riforma è andata fuori giri senza arrivare all’obiettivo. Per altro, Bondi non ha lavorato da solo. Al suo fianco ci sono stati l’ex premier Giuliano Amato, per l’analisi dei costi della politica, e il professor Francesco Giavazzi, che ha pensato a razionalizzare gli incentivi alle imprese. Anche in questo caso, nonostante le buone intenzioni e la spinta dell’emergenza che ha sostenuto l’azione del governo Monti, non si è arrivati al traguardo.

A inizio 2013, Bondi ha abbandonato il suo incarico, lasciando per poco più di tre mesi la commissione per la spesa pubblica nelle mani del ragioniere generale Mario Canzio, per dedicarsi alla selezione dei candidati per le liste di Scelta Civica, il soggetto politico che Monti avrebbe poi portato alle elezioni. A pesare sull’esperienza da commissario di Bondi è stata anche la convivenza con il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Piero Giarda, grande esperto di spesa pubblica. E’ stato lui ad affrontare per primo il dossier, indicando un obiettivo ambizioso: 100 miliardi di sprechi aggredibili nel breve periodo. Ma il suo progetto è stato di fatto accantonato quando ha dovuto cedere il testimone a Bondi. Resta però dell’esperienza di Giarda un’indicazione importante, anche per il futuro della spending review: “vanno trovati i meccanismi più efficaci per renderla politicamente possibile”.

Meno proclami e più pragmatismo, insomma. L’ex ministro ha più volte ricordato come per preservare in Parlamento i contenuti del decreto ‘Salva Italia’, quello della grande emergenza di inizio 2012, abbia più volte accettato emendamenti non concordati con il suo premier, Monti, pur di rendere più facile la conversione in legge del provvedimento. Lo stallo nella revisione della spesa, a prescindere dalle storie personali, è scritto comunque nei numeri. Insufficienti, soprattutto per le esigenze di un’economia come quella Italiana. La maggior parte degli economisti concorda nel sostenere che la spending review sia la strada obbligata per finanziare da una parte la crescita e dall’altra la riduzione del debito pubblico. Ovvero, le due priorità indiscutibili della politica economica.

Ma per essere efficace la spending review deve tornare alle origini, al significato che gli ha dato Tommaso Padoa-Schioppa, ministro dell’Economia con il governo Prodi, quando l’ha introdotta nel dibattito politico italiano, nel 2006. Non una somma di tagli ma l’analisi delle spese e del funzionamento della macchina pubblica con l’obiettivo di renderla, finalmente, più efficiente.

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